Gas RADON e la sua fuoriuscita dalle faglie dell’Etna, i pericoli

Ambiente
Un gas incolore, inodore e insapore che si insinua silenziosamente all’interno degli edifici, impossibile da percepire, ma capace di provocare seri danni alla salute. Stiamo parlando del Radon, un gas radioattivo che si sprigiona naturalmente dal suolo e dalle rocce, accumulandosi negli ambienti chiusi e aumentando il rischio di tumori polmonari.
Proprio per queste motivazioni, è considerato uno tra i gas più pericolosi per la salute umana, come confermato dall’OMS, l’Organizzazione Mondiale della Sanità.
L’INGV, l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, da anni concentra le sue analisi sul gas RADON in Italia e su come si manifesta nell’intero territorio nazionale. Tra le località più interessate da questo rischio troviamo l’Etna. Le sue faglie rappresentano un grande pericolo per le persone non solo per i terremoti e le fratture del suolo, ma anche per la produzione di gas radon.
Di cosa parliamo in questo articolo:
La fuoriuscita del gas RADON dalle faglie dell’Etna
L’Etna è uno dei vulcani più attivi al mondo, con una frequenza di eruzione piuttosto elevata ed estremamente mutevole. Questo territorio è considerato un luogo di monitoraggio estremamente privilegiato dagli scienziati. Nel corso del tempo, l’intervento dell’uomo ha permesso di creare una fitta rete di strade, che raggiungono anche le quote più elevate, rendendo possibile accedere alla cima in poco tempo. Ecco perché possiamo considerarlo un vero e proprio laboratorio naturale a cielo aperto. Qui i ricercatori possono installare e testare sistemi complessi di monitoraggio e sorveglianza, mettendo in campo soluzioni sempre più innovative ed efficienti.
Ma torniamo al Radon: la conformazione geologica dell’Etna è attraversata da un intricato sistema di faglie, profonde fratture che si estendono dalla crosta terrestre fino agli strati più interni del pianeta. Queste fenditure naturali fungono da veri e propri condotti, permettendo al gas radon – generato dal decadimento dell’uranio presente nelle rocce vulcaniche – di risalire lentamente verso la superficie e disperdersi nell’atmosfera, spesso in quantità significative, soprattutto in concomitanza con eruzioni e terremoti.
Quali sono le cause?
Gas pulse, rock fracturing e sloshing. Sono tutti processi che determinano la fuoriuscita del gas, come rilevato dalla stazione di monitoraggio, a pochi passi della cima del vulcano.
“Il gas Radon sull’Etna funziona come tracciante dell’attività eruttiva e, in qualche caso, anche di quella tettonica.” (Marco Neri, primo ricercatore dell’INGV-Osservatorio Etneo)
Lo studio condotto dai ricercatori dell‘INGV-OE – sezione di Catania, Osservatorio Etneo – tra cui Marco Neri e Susanna Falsaperla, pubblicato sulla rivista Geochemistry, Geophysics, Geosystems dell’American Geophysical Union, ci ha permesso di scoprire dati molto utili sulla concentrazione del radon nelle aree poco distanti dal vulcano.
Susanna Falsaperla, primo ricercatore dell’INGV-OE e primo autore della pubblicazione sulla rivista americana, ci spiega che
“l’analisi dell’attività vulcanica dell’Etna è durata da gennaio 2008 a luglio 2009 e ha permesso di analizzare sciami sismici, fratturazioni superficiali del suolo, una vigorosa fontana di lava e, infine, una lunga eruzione durata ben 419 giorni”.
Grazie a questo evento è stato possibile mettere alla prova la significatività del radon rilevato dalla stazione situata in prossimità della cima dell’Etna, a circa 3.000 metri di quota. Questa località un tempo era chiamata “Torre del Filosofo” e oggi non è più visibile a causa delle continue colate laviche che hanno modificato l’assetto di questo territorio.
Gas Pulse
Quando parliamo di gas pulse ci riferiamo alla risalita dei magmi nel condotto centrale del vulcano, attraverso pulsioni di gas appunto. Con l’aumentare della pressione interna all’interno, i gas accumulati nel sottosuolo cercano vie di fuga. Il radon, essendo più leggero rispetto ad altri gas, riesce a diffondersi rapidamente, spesso raggiungendo alte concentrazioni anche nelle zone abitate.
Ciò significa che monitorare i livelli di radon potrebbe rappresentare un indicatore utile per prevedere eventi sismici o eruttivi? Alcuni studi suggeriscono di sì, anche se il fenomeno è ancora oggetto di ricerca.
Rock Fracturing
Un altro elemento chiave nell’emissione da radon è il rock fracturing, la rottura della roccia dovuta a un terremoto o uno sciame sismico. Durante un terremoto o un’eruzione, infatti, la crosta terrestre si deforma, creando nuove fenditure e favorendo la fuoriuscita dei gas intrappolati nel sottosuolo.
Le faglie dell’Etna, in sostanza, agiscono come veri e propri condotti naturali, collegando le zone più profonde della crosta con la superficie. Questo significa che le comunità che vivono nei dintorni del vulcano sono particolarmente esposte all’aumento improvviso dei livelli di radon, un fenomeno che può passare inosservato fino a quando non si manifestano i suoi effetti più pericolosi.
A queste due cause va aggiunto lo sloshing o “sciabordare”, che consiste nel movimento oscillatorio provocato dallo scuotimento della roccia, indotto da uno sciame sismico di terremoti, anche di piccola entità, che possono avvenire anche a molti chilometri di distanza.
L’Etna, infatti, si trova costantemente in un equilibrio precario: è sufficiente anche una piccola oscillazione del terreno, ad esempio sul fianco nord, per provocare effetti devastanti sul versante opposto, come una sorta di “effetto farfalla”.
Perché il gas radon è pericoloso?
Come abbiamo anticipato, il radon è insapore, inodore, incolore ed è quindi impossibile rilevarlo con i nostri sensi. Se viene inalato, le sue particelle alfa possono danneggiare il DNA delle cellule e causare il cancro ai polmoni.
Poiché si tratta di un gas, in ambienti aperti si muove facilmente, disperdendosi nell’acqua o nell’aria. All’aperto dunque non raggiunge quasi mai concentrazioni elevate. Al contrario invece, nei luoghi chiusi potrebbe portare gravi danni all’uomo.
Basti pensare ai materiali edili che derivano da pietre vulcaniche, estratti da cave o sorgenti in cui è presente il radon. Ecco perché occorre valutare con attenzione i materiali che scegliamo per costruire abitazioni ed edifici, conoscere come sono fatti, da dove provengono e se sono presenti tracce di sostanze nocive. Per chi lavora in questo settore è fondamentale essere preparato sul tema. Il Corso RADON negli Edifici di Unione Professionisti permette di acquisire un ampio ventaglio di conoscenze, apprendendo nel dettaglio tutte le caratteristiche del gas ma anche le modalità di analisi della qualità dell’aria negli ambienti chiusi, così da effettuare una valutazione del rischio da RADON accurata.
Le sostanze del gas RADON
Una volta inalato, questo gas si deposita nei polmoni e si trasforma in polonio-218 e polonio-214, due elementi altamente radioattivi che possono danneggiare le cellule e aumentare il rischio di tumore polmonare.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha classificato il radon come seconda causa di tumore ai polmoni dopo il fumo di sigaretta, e gli studi epidemiologici dimostrano che il rischio aumenta esponenzialmente in ambienti chiusi dove il gas si accumula.
I sintomi dell’esposizione al gas RADON
Il radon non provoca sintomi immediati, e questo lo rende ancora più insidioso. Tuttavia, una prolungata esposizione può portare a:
- difficoltà respiratorie e tosse persistente;
- dolori al petto non associati a problemi cardiaci;
- affaticamento cronico e ridotta capacità polmonare;
- sviluppo di tumori polmonari, specialmente nei fumatori.
Il problema è che spesso chi è esposto non si rende conto del pericolo fino a quando i sintomi non si manifestano, a distanza di anni. La consapevolezza sui pericoli del gas RADON, quindi, è il primo passo per proteggersi: conoscere il fenomeno, adottare misure preventive e seguire corsi specializzati sono le chiavi per ridurre l’esposizione a questo gas.







